L’uomo che fissava il destino negli occhi (IV parte)

5 settembre 2009

- In viaggio -

Simili al ronzio degli insetti che filtra nel silenzio e muta ad ogni ora, le giornate di giugno lo stordivano col loro incessante splendore suscitando in lui desideri vaghi e ancora indecifrabili. La luce si stemperava su ogni cosa. Sul prato assolato irrompevano innumerevoli macchie voraci di rosso, e, qua e là, più aeree virgole di giallo e di azzurro…
Lui era vivo in un’altra vita… Ma non era esattamente così: la vita era la medesima, unica e sola… in essa che inesorabilmente continuava, un’altra pagina si era voltata nell’anno che era trascorso. I suoi morti non lo potevano seguire nella smagliante realtà di una nuova, trionfante primavera che si apriva all’’estate… erano morti e basta. Per loro il libro si era chiuso e per quanto i loro giovani volti continuassero a baluginargli tra le ciglia quando socchiudeva gli occhi accecati dal sole, presto si sarebbero confusi come se fossero stati tracciati su vetri appannati in un giorno di pioggia incessante per scomparire infine al suo ricordo.
Tra i tanti profumi che lo stordivano, il fiore che prese in mano non odorava che di vento e di cielo: era un fiore di papavero, rosso e screziato di un nero vellutato e profondo; attraeva e respingeva come un cuore misterioso e pulsante di vita profonda, il suo stesso cuore, forse… Lo guardava come ipnotizzato e frattanto soltanto una parte del suo cervello per pura abitudine professionale pensava e catalogava: Papaver roheas dei prati o rosolaccio, analgesico e sedativo della tosse, calma gli spasmi, abbassa la febbre, allevia l’insonnia…
Potesse calmare anche lo strazio ! Pregò in un ansito di assoluta disperazione che fu tuttavia l’ultimo.
Così noi tutti, pensava ancora, in momenti di crisi vitali, posiamo lo sguardo su cose inanimate, insignificanti in sé, sino a che sogni e memorie si fondono con la loro immagine.

Si sa che, dopo la morte della sua prima famiglia, Michel viaggiò per circa 12 anni; fu sicuramente in Lorena, Alsazia, Lussemburgo, Germania e Italia; seguirono poi, dal 41 al 46, lunghi e lenti viaggi attraverso la Francia e attraverso la Provenza. Egli intenzionalmente ci dà assai scarne notizie di sé in quel periodo della sua vita, ma è presumibile che in quei viaggi abbia avvicinato, oltre i grandi medici e farmacisti del tempo a cui accenna nel suo “Traité des Fardements et des Senteurs” del 1552, anche i più celebri studiosi di esoterismo, di astrologia dell’epoca. Conobbe quindi quasi certamente alcuni dei grandi medici e maghi-filosofi del Rinascimento come Paracelso, Agrippa di Nettesheim, Johannes Faust e forse si spinse addirittura in oriente: l’emiro Nosrateddine Ghaffary, nel suo “Sufi d’Iran”, sostenne infatti che Nostradamus avesse per un periodo vissuto a Ispahan, in Persia, e che lì fosse stato iniziato dal celebre maestro sufi Kayyam agli antichi segreti del filosofo Avicenna, alla metafisica e alle tecniche spirituali di Ermete Trismegisto.
Sono questi dunque gli anni dell’avventura, della ricerca e della sperimentazione . Al ritorno, egli è ormai un altro uomo: rende definitiva una scelta importante della sua vita passata: medico… ai multiformi suoi interessi egli anteporrà d’ora innanzi principalmente questa professione che riconosce come vocazione.
Superato è il dolorosissimo trauma che tuttavia per sempre inciderà nel suo carattere che sarà dunque schivo ed ombroso, con lampi d’inquietudine e recessi di paranoia. Tutto si paga infatti e il prezzo della sua salvezza, della recuperata fede e salute mentale sarà proprio questo.
Una doppia sventura del resto ve lo ha implacabilmente sospinto: non è infatti solo la morte nera nel 35 a pugnalarlo alle spalle sottraendogli all’improvviso tutto quel che nei due ultimi anni la vita gli aveva concesso… una moglie, dei figli, ma un secondo tradimento ha congiurato per rendere tutto ciò possibile, per farlo allontanare dai suoi cari proprio nel momento in cui essi più avevano bisogno della sua protezione di uomo e di medico … Un doppio tradimento dunque… il tradimento di un amico.

La Maschera

21 agosto 2009

Questo racconto lo dedico a Marina Sardo perché senza di lei non avrebbe visto la luce. Infatti Marina mi ha spinto a leggere i racconti di Angela Carter, scrittirce americana che si è divertita a rivisitare alcune fabie della nostra tradizione. Pur non avendo la presunzione di compararmi con lei, ho voluto più che altro mettere alla prova me stesso, con questa piccola rilettura del racconto stevensoniano “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. Ogni suggerimento sarà largamente apprezzato.

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“Tutto ciò che è profondo ama la maschera.
Dammi, ti prego, una maschera ancora, una seconda maschera”

F. Nietzsche

Londra, 24 maggio 1869

Stasera la luna si riflette sui tetti di Londra come una splendida fanciulla che si specchi in uno stagno d’acqua putrida. La sua rotondità è completa, perfetta perfezione, prelude ad un superbo parto di stelle. La luna è mia amica, lo è sempre stata. Lì nel suo manto azzurro la Madonna celeste osserva ogni notte il teatrino del mondo, eterea ed imperturbabile, come un bambino osserva affascinato la vita febbrile e regolare delle formiche. Soltanto che noi siamo molto meno precisi, molto meno rigidi, molto meno razionali. Da non crederci, una formica più razionale di un uomo! Eppure non è forse così?

Al Vecchio Mulino suonavano musica irlandese: il topo che viene a ballare nelle viscere del gatto. Quella musica così gioiosa si mescolava per le vie della città all’odore dell’urina e dello sterco di cavallo creando una miscela nauseabonda di felicità marcescente. Questi vicoli, questi muri scrostati dal vento hanno visto decisamente tempi migliori. Quella che tutti scambiano per vitalità è solo l’attività frenetica dei vermi e dei parassiti che banchettano sulla carogna del loro creatore; cattedrali di nera pece sputano fumo da mattina a sera oscurando il sole, la pioggia corrode, l’aria è infetta. Londra ha ormai perso la sua verginità da un secolo, stuprata da qualche tessitore senza scrupoli, Parigi dicono sia sulla buona strada, stiamo perdendo anche Berlino, Roma resiste ancora.

Roma. Cosa darei per poter vedere di nuovo il profilo irregolare di quella città eterna, frastagliato di cupole e campanili, nei viottoli di sampietrini incensati dalle urla dei venditori di pesce, mentre le pecore pascolano due isolati più avanti sullo sfondo bucolico dei Castelli Romani; cosa darei per poter lasciare questo Paese corrotto dalla febbre del denaro e rifugiarmi nella pace, nell’immobilità del Centro del Mondo.

Ricordo ancora quando da piccolo mio padre mi portò con sé in quella città stupenda; aveva un affare importante per le mani, roba di pellame se non sbaglio e sperava che quel figlio un po’ strano, ma tanto tanto bravo, si appassionasse all’attività di famiglia; povero babbo, il cuore gli si infranse contro la mia laurea in chimica e a nulla valse il rispetto e la gratitudine della società borghese: nel sorriso grave e stanco che mi rivolgeva ogni volta, c’era sempre quella punta di amarezza propria della fine di tradizioni inossidabili; è la paura dell’ignoto. Vecchia quanto l’uomo. Quella stessa paura che mi blocca in questo squallore immorale in cui sono immerso fino al collo. Gli uomini hanno venduto l’anima al diavolo in cambio di un mostro a vapore e adesso Satana miete il suo raccolto tra le donne e i bambini costretti a lavorare nell’inferno delle fabbriche. Quante vite dannate per la cecità di pochi. Ma le critiche servono a poco, bisogna agire, dare il buon esempio, questo ci insegnò Cristo in croce. Domani invierò un assegno alla casa degli orfanelli; ci andrei di persona ma questo vorrebbe dire parole, adulazioni, imbarazzi; no, non fanno per me. Piuttosto andrò ad informarmi per Roma. Sì, è deciso. Domani ci vado.

H. J.

Londra, 25 maggio 1869

Giornata da dimenticare.
Mi sono lasciato trascinare da Lanyon a uno di quei pranzi dell’alta società che si tengono sovente nella casa dei Parker. Ho provato a resistere ma alla fine ho dovuto cedere alle sue insistenze, e ora me ne pento amaramente. Tutta quella parata di signorotti, vuoti come i cilindri inamidati che sfoggiavano come pavoni mentre le rispettive dame parlottavano inframmezzando risatine sommesse ad aspri e pungenti pettegolezzi. C’erano davvero tutti: gli ospiti di casa, naturalmente, il signore e la signora Parker, arricchiti entrambi dal commercio di vasellame orientale ma che per quanto provassero a spargersi di aromi indiani e ostentare una raffinatezza nello stile, restavano pur sempre dei provinciali di bassa lega, caricature di se stessi come piccole scimmiette da circo; il generale Von Brook, che da quando è arrivato in Inghilterra, della proverbiale disciplina tedesca ha mantenuto solo il paio di folti baffi argentati, impomatati col sugo del coniglio alla cacciatora servitogli per la seconda volta consecutiva; lady Walpole, la vedova inconsolabile la cui casa è oggetto di un continuo via vai di giovinetti prestanti a cui lei impartisce lezioni di piano facendosi in cambio, almeno così dicono, massaggiare le sue “povere ossa rotte”; i coniugi Stevenson, tutti sorrisi e cerimonie, lui proprietario delle acciaierie Stevenson, lei nata Canterbury con le glorie del passato e non un centesimo di dote, entrambi con una figlia segregata in casa per un neonato un po’ troppo prematuro e un figlioccio pugnale in tasca e debiti di gioco fino al collo - ma io che li giudico, non sono forse alla pari loro? Non sono immerso anche io nei liquami di questa iniquità? C’era anche un uomo alto e dinoccolato che mi è stato presentato come il proprietario delle fabbriche tessili Willow e che tutti noi abbiamo applaudito con sorrisi luminosi – anche la mia psiche è quindi infetta? - quando con abile retorica ha sciorinato i numeri del suo successo e della nostra dannazione. Non solo, ma finito il pranzo, mentre provavo ad avvicinarmi all’ampia vetrata che dava sul cortile interno per prendere un po’ d’aria, ha avuto il coraggio di avvicinarsi a me e propormi una collaborazione; abbiamo bisogno di una persona come lei, dice, e giù complimenti e lusinghe. Potrebbe diventare famoso, dice, le metterei a disposizione il mio team di scienziati, potrebbe diventare molto ricco, potrebbe potrebbe potrebbe… Certo, potrei divenire complice dell’inferno che state creando signor Willow, avrei voluto dirgli, e invece solo un sorrisino stupido, un filo di voce, un “ci penserò” nervoso, mentre la mano nella tasca dei calzoni iniziava a sudare senza motivo. Che rabbia! Un uomo senza spina dorsale, questo sono, senza midollo! Mi mancava l’aria, più cercavo di avvicinarmi alla finestra più quello scheletro umano si faceva opprimente, insistendo con le sue belle parole, come un lupo che abbia fiutato il terrore dell’agnello, la testa mi girava, non sapevo cosa fare; alla fine riesco a liberarmi dell’importunatore e raggiungo la terrazza seguito poco dopo da Lanyon. Ci scambiamo una breve occhiata, sul suo volto mi sembra di leggere la mia stessa stanchezza; ma non riesco ad aprire bocca che subito alle mie spalle la vocina stridula e impostata della signora Parker rompe quell’istante di pace; poi accade in me una cosa strana: non so perché, allargo le narici, arriccio il labbro superiore, gli occhi sbarrati, e con voce acuta mi volto verso la signora Parker. Ah, la faccia che fece! Mi ha ripagato di un’intera giornata di nulla. Vedere i suoi occhi interdetti mentre mi chiede: ”Dottor Jekyll, si sente bene?”. La risatina di Lanyon alle mie spalle mi fa scomporre e tutto finisce in una risata. Ogni tanto fa bene staccarsi dal mondo. Piccoli istanti che ci permettono di respirare in questo miasma di falsità borghesi. La vita diventa ogni giorno più difficile, non ce la faccio più. Domani devo assolutamente informarmi per Roma. Assolutamente.

H. J.

Londra, 26 Maggio 1869

L’ho fatto di nuovo. Ma questa volta è stato diverso.
Si trattava di uno di quei ragazzini che i vari istituti di carità mandano a bussare alle porte della gente, scelto – ci si può giurare – più in base alla grandezza dei suoi occhi luccicanti che all’effettivo bisogno. Poole, al suo solito, l’ha lasciato entrare senza esitazioni, vecchio pazzo di un domestico, prima o poi gli darò il benservito. Ero nel mio laboratorio, intento a studiare le reazioni chimiche del nitrato di potassio, quando la pesante porta in ferro tremò sotto le percosse di quel farabutto che, senza aspettare risposta, introdusse questo mocciosetto di dieci anni, prendendosi la briga di annunciarlo come “un povero bambino dall’opera di Carità di Maria Vergine, signore”. E non appena il servo ben poco servizievole si dileguò nelle viscere della casa, quell’altro iniziò ad attaccare una manfrina di mi scusi signore, la prego signore, per favore signore, signore di qui signore di là signore signore signore.. quella vocina petulante e isterica mi ricordò di colpo quella altrettanto irritante della signora Parker, per cui mi dissi, vale la pena divertirsi un po’. Così ho indossato la mia maschera di stravaganza che tanto successo aveva riscosso il giorno prima, e con gli occhi sbarrati ho fissato il mio sguardo dritto nei suoi. E ne fui sconvolto. Non per ciò che il ragazzo era, ma per ciò che vidi riflesso nelle sue pupille marroni. Terrore. Terrore puro, improvviso inspiegabile. Quel bambino era lì, bambola voodoo nelle mia mani con due spilloni nelle orbite, e gridava silenzioso il suo sgomento. Ma la cosa che più mi sconvolse fu il fatto che un’improvvisa sensazione di potere mi pervase, di comando, di superiorità; percepivo nella mia mano che si stringeva lentamente a pugno facendo scrocchiare le nocche delle dita, una forza che mai avrei pensato di possedere, un potere non mio, non del mite e pacato Henry Jekyll. Avrei potuto fare qualsiasi cosa e sapevo che se solo avessi sciolto le ultime redini non avrei potuto più fermare quel cavallo scalpitante che tirava nuvole di fumo dalle narici. Ma fu un attimo, poi di colpo il terrore del ragazzo fu anche il mio nel riflettermi in quel volto e la vertigine del baratro che avevo davanti mi fece sbilanciare pesantemente all’indietro. Scossi la testa, come per cancellare il ricordo di quell’immagine, e per scrupolo diedi al ragazzo abbastanza monete perché mettesse su il sorriso stupido e infantile insegnatogli dalle suore. Una volta solo, mi sono sciacquato la faccia. Le mani ancora mi formicolavano, il respiro mi si mozzava in gola. Sono uscito, pensando che un po’ d’aria mi avrebbe giovato, ma subito fuori casa mi ha abbordato un tirapiedi di quel Willow delle fabbriche tessili con nuove promesse e regalie. Avrei voluto ucciderlo, Dio mi perdoni, ma avrei davvero voluto che scomparisse dalla faccia della terra. Gente così, che si arricchiscono divorando le carcasse degli altri, non meritano il sacro dono della vita. Sentivo di me il furore crescere, arrivare alle mani, ma mi sono calmato, un respiro profondo, e con il maggior garbo possibile l’ho congedato. Vada a quel paese, avrei voluto dirgli! Ah, che sfizio mi sarei levato! Ma no, non sono cose che si dicono, non sono cose che si fanno. Bisogna essere gentili, bisogna essere buoni e misericordiosi.
Di ritorno a casa mi sono fermato di nuovo davanti al Vecchio Mulino. Ero tentato di entrare, prendere qualcosa, ma poi ho desistito; a quell’ora c’era il rischio che qualche beone mi prendesse di mira e attaccasse bottone. No, meglio di no.

H. J.

Londra, 28 Maggio 1869

Mi sono fatto quattro conti in tasca; Roma si allontana sempre più. Non avrei dovuto dare tutti quei soldi agli orfanelli. Devo smetterla con questo filantropismo da manuale, perché sfamare bocche che non sono mie? Ma che assurdità dico! Ultimamente non mi sento molto bene. Ho frequenti capogiri, il fiato non mi basta più, affogo nell’umidità di questa primavera più calda del consueto. E poi c’è lui. Questo compagno scomodo che continua a far capolino nella mia mente, nei tratti del mio viso, mi trae d’impaccio in tutte quelle situazioni noiose; l’altro giorno dal barbiere più petulante del solito, e il giorno prima dal negoziante in vena di rimbrotti. Ah, la sensazione di potere che fluisce nelle mie vene nel vedere il loro sguardo sconcertato di fronte all’altra mia faccia! È proprio in quegli istanti che mi sento capace di tutto, padrone del mondo e del mio destino. Henry Jekyll padrone del proprio destino! Ma sono veramente io? O non è forse un altro-me con cui condivido questa corporeità posticcia? A volte mi sento come un cavallo guidato ora da un nocchiero remissivo, ora da un fresco e audace fantino. Sono davvero io a decidere? Follie! La mia mente si perde dietro queste follie senza senso. Non c’è niente di male nel lasciarsi andare ogni tanto. Non c’è niente di male nel rispondere a tono, nel prendersi un po’ di quello che la vita offre. Dopotutto non ho già dato tanto? E in cambio cosa ho avuto? No, non c’è nulla di male nelle goliardiche scorribande del mio amico. Un po’ di vita, che diamine! Siamo forse destinati agli scaffali di qualche imbalsamatore? Mio Dio, ma cosa sto scrivendo? Sto davvero perdendo il controllo? Basta, devo strappare questa pagina piena di bestemmie e ricominciare da capo. Eppure.. Eppure non sono sempre io che scrivo? Siamo arrivati a questo, all’autocensura? In fondo è una pagina di diario, che male può fare. La terrò nascosta, ecco sì, nascosta. Ma ne sarò in grado? Willow, quel dannato Willow. Sembra aver fiutato l’odore del mio portafogli piangente. Si è fatto sotto con maggiore ostinazione. Forse potrei collaborare per un breve periodo di tempo. Magari potrei anche riuscire a migliorare le condizioni di vita di quei poveri operai. In fondo di fronte al male non bisogna fuggire ma combatterlo. E quale modo migliore di cambiare le cose se non dall’interno? Ho bisogno di garanzie, delle giuste garanzie. Accetterò solo se avrò la possibilità di migliorare la situazione, non sarò complice di un delitto. Non sembra una cattiva idea. Potrebbe funzionare. Potrebbe.

H.J.

Londra, 30 Maggio 1869

La situazione sta peggiorando. È come se perdessi lentamente il controllo su di me. Se solo non fosse così piacevole. Se solo non ne sentissi disperato il bisogno. Questa maschera mi sta drogando. Questo altro-me sta prendendo il sopravvento. Devo fare qualcosa. Maledetta questa sensazione inebriante! Come se Il potere fosse tutto nelle mie mani! Sono libero come l’aria! Come uno spirito! Come Dio! Sì! Come Dio ho il potere! Basta! Basta! Respira. Henry respira. Il vero potere è nell’Amore, nell’aiuto reciproco. L’avidità, l’astio è dei deboli. Respira.

H. J.

Londra, 2 Giugno 1869

È successa una cosa terribile! Quella povera bambina. Cosa ho fatto! Dio mio aiutami! Cosa ho fatto!

Londra, 5 Giugno 1869

È sempre più difficile. Non riesco più a tenerlo a bada. Non risponde più. È come se avesse acquisito una sua consistenza personale. Non ho più potere su di lui. Sono perduto?

H. J.

Londra, 12 Giugno 1869

Questa sera ho ucciso un uomo. Ero lì fuori al Vecchio Mulino che pisciavo in santa pace quando quel cane malandato, coi capelli ingrigiti dalla superbia ha osato guardarmi con la sua aria superiore. Ah, la sua carne flaccida buona solo per gli scranni del Parlamento e i salotti borghesi, com’era tenera e soffice sotto i colpi del mio bastone! E come tremava stridula la sua voce pronta a sputar sentenze! E quello sguardo di terrore mentre il suo cranio si sfondava come un melone marcio! Come me la ridevo dietro la mia maschera! Questo si chiama vivere! Finalmente nessuno potrà più calpestarmi i piedi! Non c’è nulla che io non possa fare. Ho solo bisogno di soldi. Domani andrò da Willow, quel diavolo di un Willow; vedremo se le sue suppliche si muteranno in denaro contante! Saluta, mondo, il nuovo dottor Jekyll! Senza più timori, senza più scrupoli! Saluta il vero uomo libero! Salutalo con quanto fiato hai in gola prima che te la tagli! Saluta, mondo putrido, il tuo nuovo re!

Saluta Edward Hyde!

Enrico Moretti

L’UOMO CHE FISSAVA IL DESTINO NEGLI OCCHI III PARTE (Destino e casualità: sono solo strane coincidenze?)

17 luglio 2009

La pioggia che era caduta tutta la notte, scrosciando sui tetti e sugli abbaini e tintinnando sulle grondaie, sui comignoli e sulle insegne oscillanti di ferro battuto, aveva accompagnato il sonno profondo in cui erano finalmente piombati più o meno tutti gli abitanti di Agen.. Era finita dunque! Invano invocata per mesi, l’acqua benedetta del cielo era finalmente giunta a salvare i sopravvissuti, a lavare le case dagli usci sbarrati e le strade desolate, i mucchi ancora insepolti dei loro poveri morti, nelle piazze, a bagnare la terra ancora fresca sulle fosse comuni, a spegnere i fuochi nauseabondi, ad allagare la campagna inaridita tutt’intorno.
Molti erano usciti all’’aperto e si erano inzuppati … con la faccia all’’insù e i capelli al vento avevano cercato di berla quella gran pioggia, e lavarsi così i polmoni arsi e i cuori doloranti… a tarda notte, esausti e come inebetiti, erano allora crollati su letti e giacigli,molti per terra nelle stanze vuote e abbandonate di case crudelmente colpite dalla peste, altri nelle alte soffitte dove si erano rifugiati per cercare di sfuggirne i miasmi, altri ancora completamente ubriachi sotto tavole di locande e osterie.
MIchel De Nostradamus dormì quella notte in lettuccio sistemato nel suo laboratorio d’alchimista, lassù in alto, in una torretta angolare della casa, e misericordiosamente non venne ancora una volta visitato in sonno dalla sua cara donna morta e dalle piccole ombre dei figlioletti perduti. Sognò il suo bisnonno,invece, il medico di re René, colui che lo aveva educato da bambino ed iniziato alla matematica, alla scienza degli astri, alla lettura della Kabbala ebraica .
Nel sogno,tutto era come era stato un tempo quieto e lontano… bisnonno Jean gli parlava in un orecchio con la stessa voce dolce ed affettuosa di una volta. Gli raccontava la storia della regina Berenice come fosse una fiaba e si vedeva che prendeva gusto a nominargli tutti nomi delle stelle che, come diamanti, le puntellarono la chioma quando gli dei vollero che salisse in cielo e si quietasse, immota costellazione; ma a lui, invece, piaceva immaginarsi le sue ultime lacrime di donna scorrerle sulle guance raffreddandosi, mentre saliva, e poi cadere nel frigido vuoto stellato ad una, ad una, mutate in perle di vetro, in minuscoli, dolorosi frammenti del suo cuore per sempre di ghiaccio.
Lui sapeva di essere piccolo e di esser coricato nel gran letto di sua madre ed aveva la tosse… un bel fuoco di legni aromatici divampava nel camino e, fuori dalle finestre, illividiva un cielo invernale. Pioveva. Anche nel sogno si sentiva tamburellare la pioggia sui tetti e scrosciar giù dalle grondaie con quel suono fluido e metallico che metteva allegria perché pareva un’acquatica, sorda canzoncina accompagnata dal suono di raganelle.
Poi sbatté un’imposta nel vento e fu come uno strappo nella trama del sogno che sognava…Non era più bambino nel letto, adesso, ma sedeva faccia a faccia con l’’avo suo ai lati del camino e il fuoco vi divampava sempre e, sul seggiolone di fronte, il vecchio non era morto ma gli sorrideva col suo tenue sorriso.
“Michel,” – gli diceva - ” tu ora dovrai partire e viaggerai fin quando il dolore nel tuo cuore di ghiaccio riuscirà a sciogliersi come brina in estate e scintillerà nel sole e, sulle foglie, riverbererà un alito di luce divina, ermetico sospiro, occhio di smeraldo che si schiuda sul mistero del mondo.

(Continua)

( continua)